Donne in cantina e nelle vigne: non è più un mondo per maschi

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«Prima, dire enologo significava evocare l’uomo tutto braccia e muscoli che lavorava fra le botti. Poi i tempi sono cambiati, oggi non serve la forza bruta, anche se un po’ di fisicità non manca, per quanto la burocrazia ora la faccia da padrona». La testimonianza è quella di Linda Franceschi enologa dell’azienda “Terenzuola” di Fosdinovo, in Val di Magra. Nella sua storia professionale c’è un po’ la sintesi del percorso di tante donne che si sono avvicinate al mondo del vino, in questo caso in ruoli “tecnici”.

«Una volta l’enologo donna era una mosca bianca – racconta Franceschi –, oggi quelle come me sono il 50 per cento, anche se le difficoltà a inserirsi non mancano. Ricordo un cantiniere che vedendomi per la prima volta fra i tini mi disse: non sono mica abituato a prendere ordini dalle donne. Per fortuna qualcuno, stemperando l’imbarazzo, gli rispose: evidentemente non sei mai stato sposato». Ora, in genere, qualunque sia la loro mansione in azienda, le donne svolgono un ruolo apprezzatissimo, come ricorda la stessa Franceschi: «Il titolare mi disse al momento dell’assunzione: mi sono sempre affidato per il ruolo di enologo ad un uomo, ora ho deciso di puntare su una donna perché siete molto più scrupolose. Anche l’ambiente si è ingentilito: in sala degustazione c’è sempre un fiore».

Ma che cosa fa in azienda un enologo laureato come lei? «Dipende dalla cantina. Nella maggior parte dei casi fa tutto, dal magazziniere alle funzioni proprie dell’enologo, seguendo cioè tutto il processo produttivo dalla pianta fino al vino, passando per la vendemmia e le analisi. Il mercato oggi è molto strutturato, si tratta di individuare il target avendo idee ben chiare».

Un aspetto confermato anche da un altro enologo, un uomo in questo caso, Giorgio Baccigalupi, che ha portato la propria esperienza all’incontro su donne e vino documentando l’evoluzione del ruolo femminile. «Mia nonna paterna, una sarzanese – ha raccontato – faceva le vesti per fiaschi e damigiane, niente di più. Oggi la situazione è molto cambiata, le esigenze sono profondamente mutate anche se resta fondamentale il valore dell’artigianlità». Un punto  di vista femminile, infine, anche sull’aspetto nutrizionale del vino.

«Le certezze – assicura Sandra Catarsi, affermata dietologa – checché se ne pensi non sono molte, prevalgono i punti interrogativi. Il vino è un alimento dai mille volti, spesso contradditori. Le conclusioni cui è arrivata la scienza sono univoche su pochi aspetti. Uno di questi è che un consumo da basso a moderato, svolge una significativa protezione cardio vascolare, stimola le capacità cognitive, contribuisce a prevenire diabete e obesità. Superata la soglia della moderazione – diciamo due unità alcoliche giornaliere, intese come un bicchiere da 125 ml per la donna, tre per l’uomo, che possono diventare quattro in occasioni eccezionali – il vino fa male. Su questo la scienza non fa sconti».